Il 28 ottobre, pochi giorni prima dell’inizio della Conferenza sul Clima COP 26 di Glasgow, la Cina ha presentato alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici il proprio piano aggiornato per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Da molti osservatori, questo documento è stato accolto con freddezza perché ritenuto troppo timido e deludente, opinione non condivisibile.
Gli obiettivi sulle emissioni di anidride carbonica della Cina sono stati resi noti già a fine 2020: il Paese si impegna a raggiungere il picco di emissioni di Co2 nel 2030 e ad azzerarle entro il 2060. Nuovi e migliorativi sono invece l’impegno di aumentare la quota di combustibili non fossili nel consumo di energia primaria che dal precedente 20% sale all’attuale 25%; l’intenzione di accrescere l’estensione della copertura forestale presente sul territorio a 6 miliardi di metri cubi anziché 4,5 miliardi, come precedentemente previsto; la volontà di incrementare la capacità di produrre energia eolica e solare portandola ad oltre 1200 gigawatt, più del doppio di quanto dichiarato finora.
Molti commentatori hanno evidenziato come tutto ciò non costituisca un contributo sufficiente per mantenere entro il tetto massimo di 1,5 gradi centigradi il riscaldamento globale entro la fine del secolo, come indicato nell’Accordo di Parigi; la Cina, in quanto Paese con le emissioni di anidride carbonica più alte in assoluto al mondo, dovrebbe infatti compiere sforzi ben più importanti e incisivi per contribuire in maniera positiva alla riduzione delle emissioni a livello mondiale.
Per questo motivo, il documento del 28 ottobre è stato interpretato da molti come una mancata occasione per la Cina di emergere tra le maggiori economie globali. Per altri, questa “mancanza di ambizione” di Pechino riflette anche la sfiducia nella capacità degli Stati Uniti di raggiungere i propri obiettivi di riduzione delle emissioni, ritenendo dunque che un impegno maggiore creerebbe un ordine climatico globale iniquo.
Eppure, pare non venga considerato il fatto che lo sforzo che la Cina sta compiendo sia molto rilevante, comparativamente molto più rilevante rispetto all’impegno di UE e Stati Uniti. Dal momento in cui l’UE ha iniziato a contribuire in modo rilevante alla crescita delle emissioni al momento in cui riuscirà a raggiungere le net-zero emissions nel 2050, trascorrerà un lasso di tempo notevolmente superiore a quello che la Cina impiegherà per arrivare alla neutralità carbonica del 2060. È peraltro certamente condivisibile che si pretenda un impegno adeguato ad evitare l’aumento delle temperature oltre le soglie concordate a Parigi, ma la pretesa deve essere equa e ragionevole. E, se quanto l’impegno dello stato emittente, sia esso la Cina o altro paese, seppur ragionevole, non fosse sufficiente a perseguire gli obiettivi di Parigi, occorre porre in atto strumenti di bilanciamento: ne è un esempio interessante l’accordo raggiunto tra UE e Sud Africa consistente nel supporto finanziario a favore della decarbonizzazione del paese africano. Costituisce un altro esempio molto interessante la proposta di Black Rock: si tratta di creare flussi di finanziamenti verso i paesi che vogliono decarbonizzare, ma affrontano difficoltà connesse alla necessità di sviluppo economico; i flussi potrebbero essere destinati agli stati, ma anche a singoli progetti, attraverso la creazione di banche dedicate o comunque di canali volti a far confluire i fondi in maniera controllata. L’altro contributo che UE ed US potrebbero dare, anche alla Cina, ma che si astengono dal promuovere per ovvi motivi politici, è dato dal trasferimento delle tecnologie necessarie per perseguire più rapidamente la decarbonizzazione.
A tutto ciò si aggiunga il fatto che il mercato europeo e quello americano assorbono gran parte della produzione cinese, realizzata anche da filiali di società europee ed americane presenti in territorio cinese, dalla quale dunque scaturiscono le emissioni che la Cina dovrebbe ridurre. Dunque, vi sarebbe la possibilità di intervenire anche nel settore industriale privato, introducendo misure di riduzione delle emissioni, applicabili ai gruppi di società che operano cross border.
Non condividiamo peraltro l’interpretazione dell’assenza del Presidente Xi al COP26 come una mancanza di volontà: la Cina ha assunto i propri impegni e, dobbiamo ammetterlo, tende a mantenerli. Né rileva, per la Cina, quanto faranno gli USA dal punto di vista climatico: la decarbonizzazione è un obiettivo che trascende i rapporti con gli USA; c’è un’ambizione sottesa ed irrinunciabile, che rafforza l’impegno verso la decarbonizzazione: l’autonomia energetica, che la Cina persegue con molto pragmatismo.






